Undici anni, tanti auguri a te

undici anni buon compleanno

Oggi è il compleanno della mia piccola gnoma. Undici anni di me e di lei che mi hanno cambiato la vita e in fondo anche il modo di essere.

Perché dopo di lei non c’è stato più spazio per molte cose e neanche per certi stati d’animo: le insicurezze, le complicazioni, i dubbi esistenziali.

Lei è arrivata e ha riempito quei vuoti, ha spostato il senso delle cose, ha stabilito una rotta nuova, con la barra a dritta e il motore a 30 nodi.

Certo, ricordo bene la stanchezza, gli occhi gonfi, lo sconforto, la pazienza di un trantran logorante, la mancanza di certi momenti che erano soltanto miei, con le abitudini di sempre e quel sano individualismo, la sensazione di poter gestire le giornate, con i pensieri centrati sugli studi e sul lavoro, il treno da non perdere alle 6.30 del mattino.

Si, tutto vero. Ma di contrasto, non finirò mai di ringraziarti per esserci e per essermi accanto. Per quello che sei e per quello che mi dai. Per la tua piccola voce e i grandi abbracci. Per quelle pillole di riflessione che mi bucano l’anima, perchè hai ragione, cavolo… sono banali si, ma come ho fatto a non considerarle io? Inutili sovrastrutture.

E poi ti ringrazio per il tuo piccolo cuore che invece è immenso. Per le parole che mi dici e che mi accarezzano l’anima.

Ogni compleanno è un film che si riavvolge. Davanti agli occhi una sequenza alla Matrix, di proiezioni oleografiche che si svolgono, un frame dopo l’altro, in punti essenziali ma emblematici. Da quella prima immagine in ospedale, con l’ostetrica in piedi di fronte a me e le braccia in alto: la tua presentazione al mondo e alla mamma. Ah ecco, allora eri tu.

Ecco si, quello è il primo frame che mi compare davanti ogni anno di questi tempi, quando ti sveglio al mattino ed è il tuo compleanno. E ogni volta la sequenza si allunga, nuove immagini si accostano ad altre, ma il prologo è sempre quello, parte tutto da lì.

Sorrido di tenerezza mentre penso a quel film di Carlo Verdone, la scena finale col padre-artista intento a ritrarre i figli ormai maturi, in posa davanti a lui: li guarda, indugia sui tratti, cancella, riprende, la matita scorre veloce e sicura. Poi la camera stacca e sorprende non trovare nel ritratto quegli adulti lì, i figli che erano allora. La posa è la stessa, ma il primo piano ci sbatte davanti i volti dei bambini che erano stati un tempo, con l’espressione tipica di quella stagione, i sorrisi pieni di fiducia e di una ingenua felicità. Infanzia a perenne memoria e rimpianto nel cuore di un genitore. Un’immagine intimistica, intensa, bellissima.

Così è stato anche per me: quell’espressione arrabbiata col mondo e in fondo infastidita di esserci, sarà sempre la prima ad iniziare la tua storia.

Undici capitoli, ognuno con la propria trama di vita raccolta e vissuta, di personaggi che si alternano, compaiono e scompaiono e vicende inaspettate, come un coup de théâtre.

Patemi, sorrisi, insegnamenti reciproci, punizioni e rassicurazioni, alzate di voce e riappacificazioni, progetti, risate, teneri risvegli e corse mattutine. Il bisogno di sapere di essere all’altezza sempre e lo smarrimento che mi prende quando invece non so cosa fare.

Che è più un problema di spiegazioni e rassicurazioni, si. Perché i problemi, quelli pratici, si risolvono facilmente. Sono i nodi emotivi, quelli astratti e pungenti, che mi disorientano e mi lasciano consapevole di tutti i miei limiti.

Tanti libri, tante parole lette e storie inseguite col cuore, tante risposte interiori trovate col sudore e poi ritrovarmi così, approssimativa davanti alle tue piccole difficoltà. Che sono però enormi per te.
È una sensazione che non sopporto, con cui dovrò imparare a convivere sempre, per sempre e per sempre…  come dice quella favola sul Gatto Che Se Ne Andava Tutto Solo che abbiamo macinato per anni e che è rimasta una locuzione nostra, che mettiamo ovunque e ogni volta ci fa ridere.

Ecco, sentirmi mamma imperfetta dentro, quando poi invece mi dici mamma, tu sei perfetta. Tenera, piccola figlia mia. Sbianco al pensiero di quando scoprirai l’inganno. È proprio vero che gli occhi dell’amore non vedono i difetti e le imperfezioni, ma solo quello che sai dare. Lo dico ma non lo sai, che i tuoi insegnamenti valgono tantissimo per me e mi hanno reso una persona migliore.

Ecco, oggi ci aspetterà una giornata infinita. Hai invitato le compagne di scuola a pranzo e so che non vedrò l’ora che questa giornata sia finita. Dieci undicenni scatenate in giro per casa so che mi faranno venire i capelli bianchi più di quelli che cerco di nascondere sotto strati di tinta colorata.

Ma sei felice ed emozionata. Non vedi l’ora. È questo che conta. Questo giorno è tutto per te. Tanti auguri figlia mia.

 

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2 commenti
    • Carola
      Carola dice:

      Riflessioni solitarie delle cinque del mattino. A quell’ora mi sembra siamo tutti più disposti ad ascoltarci prima che la giornata ci risucchi in una poltiglia di altri pensieri 🙂

      Rispondi

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